Il design come mediatore tra saperi

L’integrazione delle conoscenze nella formazione del designer contemporaneo

BENI DI SCAMBIO E CULTURA DI PROGETTO
Il design è disciplina giovane che sta costruendo poco a poco i suoi statuti e perfezionando i suoi strumenti di ricerca. Sono passati solo dieci anni dall’istituzione del primo corso di laurea di Disegno industriale in Italia , un passo che ha contribuito a sviluppare questo insieme articolato di conoscenze dal limbo internazionalmente riconosciuto dell’azione professionale del progettista-artista-architetto per accompagnarlo nel difficile percorso di disciplina universitaria .

Design è una parola-problema attraverso la quale comunemente si intendono due differenti significati: nel sentire comune design è sinonimo «pop» di avanguardia formale e di stile moderno. Questa caratteristica viene con leggerezza dedotta dall’insieme degli elementi morfologici e funzionali che connotano l’oggetto disegnato, frutto prevalentemente del lavoro dello stilista, dal demiurgo della forma cui il produttore industriale illuminato si è occasionalmente rivolto per «vestire» di ingegno formale le sue merci.
Design è però anche sinonimo di progetto, una delle parole che meglio caratterizzano e identificano il fare industriale come cultura e come capacità di modificare la realtà a partire da un agire programmato di risorse disponibili, in tempi pianificati e con un risultato definito a priori, mediando tra gli interessi del sistema di produzione e di quello di consumo . E questa è l’accezione del termine che utilizziamo nell’università del progetto per eccellenza: il Politecnico.
Nel primo caso design è spesso inteso come stile, come prodotto o aggettivo del prodotto, nel secondo in quanto processo . Per chiunque si occupi di una disciplina scientifica la definizione del significato della parola che distingue la disciplina stessa non può che avere un senso dinamico e mutevole, sia in base ai vari approcci che si percorrono (la direzione dalla quale si guardano i fenomeni oggetto di osservazione), sia in base al continuo e autonomo mutamento delle condizioni al contorno dei medesimi fenomeni.
Quando cerco di farmi intendere su che cosa significa questa parola per noi ricercatori di design , lo faccio dicendo che mi interessa studiare scientificamente il modo attraverso il quale, nel sistema di scambio contemporaneo delle merci , si raggiungono risultati (prodotti, servizi, esperienze) nei quali il significato, il valore, la forma e la funzione si integrano raggiungendo effetti riconosciuti a livello universale che determinano le condizioni di scambio di questi beni sul mercato .
Il design cerca infatti di interpretare, in modo proattivo, la cultura materiale del presente: la cultura dei processi industriali, occupandosi degli artefatti che popolano la vita dell’uomo contemporaneo e che sono quasi sempre oggetto di scambio di mercato, dunque principalmente merci (sia in forma di bene concreto, sia di servizio o di esperienza).
Ma al contempo tutto è diventato merce: l’acqua che beviamo non sgorga più dalla fonte o dal rubinetto di casa, ma è un’elegante bottiglia piena di senso e distinzione, l’aria non è più per tutti di tutti, ma è qualificabile in aria di mare e di montagna, di campagna o di collina, e si assume in certe stagioni o nel weekend, comperandone il diritto, in prezzo/giorni/uomo di abitazione, e così via. Nemmeno il nostro corpo è più nostro e basta, ma di un estetista che lo colora, di un massaggiatore che lo manipola, di un chirurgo che ne sa modificare ad arte le caratteristiche per conformarle a uno standard ricercato, di un medico che ci sperimenta sopra medicine e terapie, di un trainer che lo fa muovere, di un parrucchiere che ne modella il pelo.

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