Il portato del soggetto nel design
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LA CREATIVITÀ È DEL PROGETTISTA
Ci sono argomenti del fare design che sono tenuti tra di loro lontani dalle discipline che li studiano, quasi esistesse una gelosia disciplinare. Uno di questi riguarda la dote del soggetto progettante, ovvero quella che provo a definire come la creatività nel design. Questo contributo parte dalla posizione che la creatività non sia disgiungibile dal soggetto autore del progetto, e tratta la creatività come un insieme di qualità o comportamenti naturalmente adattativi (possiamo dire di modi non convenzionali di attuare regole) che gli appartengono. Pertanto parleremo sempre implicitamente di “creatività del progettista”, ritenendo che distante da questa associazione con il soggetto progettante, la creatività, in sé, non sia altrimenti definibile o non sia utile al design definirla.
I trattati sul metodo del progetto indagano e determinano con varia precisione la prassi del progettare e raramente, forse mai, si soffermano sul progettista come attore dotato di specificità influenti sul risultato.
Potrebbe sembrare che un soggetto qualsiasi, praticando il metodo, diventi designer, anzi ancora più impropriamente, che diventi un designer creativo, o addirittura, che si confonda il creativo come colui che ignorando le regole si inventa una nuova strada per fare le cose.
Penso che il modo migliore di comprendere qualcosa di significativo sulla fenomenologia del portato del soggetto nel design sia rappresentato dallo studio delle biografie dei progettisti, dall’analisi delle interviste che li fanno parlare, dallo studio dei testi attraverso i quali gli stessi designer descrivono il loro progettare e i risultati del loro agire. Un misto tra cronaca del design militante e storia dei comportamenti progettuali o degli – stili – dei maestri. Ma penso ci offra parimenti una base di analisi importante di questo fenomeno la pratica diretta sul campo del design, che è il patrimonio da cui parte questo mio contributo nel quale si sedimentano circa quindici anni di consulenza alle organizzazioni per aiutarle a sviluppare processi creativi di innovazione del prodotto, e altrettanti anni di osservazione quotidiana di progettisti e di studenti intenti nell’azione formativa dell’insegnare e dell’apprendere il design facendo progetto.
In un libro che cerca di fare il punto sulla creatività nel design rispetto al rapporto tra le discipline che costituiscono i più efficaci giacimenti di conoscenze per l’operatore del design, ho scelto di allontanarmi dal piano dello schema al cui centro sta il design come processo alimentato da quattro principali giacimenti di conoscenza (Celaschi, 2008b) e di alzarmi sull’asse z ad osservare il progettista come soggetto nel mentre realizza il processo del design.
All’articolazione schematicamente proposta da Pera, al piano degli input, a quello dei processi del pensiero e a quello degli output, provo ad aggiungere un altro piano o punto di vista, quello sul soggetto progettante.
Parto dall’idea che il design sia un insieme di pratiche nelle quali, determinato un sistema di vincoli, dato un processo o un metodo in mano a progettisti diversi, il risultato non sarà il medesimo; perché compito del design non è trovare risposte esatte ai problemi che sono affrontabili con esso, ne contraddire le regole della natura, ma semmai – cavalcare le regole della natura dando soluzioni inedite e utilmente belle alla relazione tra soggetti o con sé stessi attraverso la realizzazione di un artefatto comunicativo, di un’interfaccia, di un servizio o di un oggetto – .
Nei problemi che il design affronta non esistono risposte esatte. Per dirlo in altro modo: il problema affidato al designer può essere uguale, come pure il medesimo può essere il metodo (o processo), e il risultato che ne deriva sarà comunque diverso, ma ugualmente soddisfacente. Mi interessa pertanto indagare la creatività come fenomeno che, qualificando il soggetto progettante, permette di ottenere risultati progettuali adeguati alle attese eppure tra loro diversi quanto inattesi all’origine.
