Oggettivo, soggettivo, intersoggettivo: l’insegnamento di Franco Fontana alla scuola del progetto
Authors: Flaviano Celaschi
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Laudatio per il conferimento della laurea Honoris Causae a Franco Fontana, fotografo, presentata del prof. Flaviano Celaschi, ordinario di disegno industriale del Politecnico di Torino.
“Come diceva Picasso, l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”
(Franco Fontana)
Eccellentissimo pubblico, signore e signori qui convenuti a festeggiare ed onorare un grande autore, cari studenti presenti, magnifico Rettore Francesco Profumo, Amplissimo Preside Carlo Olmo, dottor Franco Fontana, vi ringrazio tutti per il grande onore che mi avete dato nel permettermi di celebrare insieme a voi questo importante evento.
Tre cose mi accomunano a Franco Fontana:
- siamo entrambi emiliani,
- ci fregiamo entrambi dell’amicizia del prof. Luigi Bistagnino, instancabile promotore e coordinatore del design del Politecnico di Torino, e ospite dell’evento,
- siamo entrambi, in forme diverse, operatori del progetto: io ne insegno modestamente metodologie nella scuola di design di questo Ateneo, Franco Fontana pratica la fotografia attraverso una cultura e pratiche che sono proprie del sapere progettuale più avanzato, e produce opere d’arte di riconosciuto valore universale.
La fotografia, che è sovente indicata come disciplina ancillare alla pratica del progetto diventa oggi, qui, un prodotto ottenibile attraverso l’impiego ancillare della cultura del progetto. E l’opera e la vita professionale di Franco Fontana è, a mio avviso, ottima testimonianza di questo scambio.
E’ per questo motivo che il Politecnico di Torino intende conferirgli il massimo segno di questo grande contributo ed insegnamento che riteniamo utile a noi ricercatori e studiosi come ai nostri migliori studenti.
Ed è sulla relazione tra il lavoro di Franco Fontana e la cultura del progetto, la cultura del design, che intendo intrattenere l’eccellentissimo pubblico convenuto a questo evento.
La laudatio è composta di tre parti:
1. il riepilogo, necessariamente sintetico, dell’attività e dei riconoscimenti conferiti a Franco Fontana;
2. l’approfondimento di una definizione di “progetto” nella quale si intende inserire il tentativo di descrivere alcune caratteristiche pertinenti del lavoro di Franco Fontana;
3. cosa ho imparato dal lavoro di Franco Fontana. Infatti se nelle lauree normali è il professore a verificare cosa ha imparato il candidato, nelle lauree honoris causae è il candidato che può verificare che cosa ha imparato il professore.
Principali attività e riconoscimenti
Franco Fontana nasce a Modena nel 1933 ed inizia ad esplicitare i risultati della sua passione fotografica circa trentenni dopo. Proprio a Torino, nel 1965, presso la Società fotografica Subalpina, realizza la sua prima esposizione personale. Dicono di lui che “sia un diverso, un eccezione, un’anomalia” perché usa il colore laddove solo il bianco/nero è ammesso ad entrare.
Modena, Rovereto, Bologna, Milano, sono le prime tappe italiane delle sue personali che si susseguono fino ai primi anni del ’70, quando inizia un altrettanto intensa attività di esposizione internazionale: Praga, Vienna, Londra, Amsterdam, Barcellona, Bruxelles, Berlino Anversa, Parigi, che prosegue ininterrottamente fino al 1976.
Dal 1977 la scala dell’attività espositiva e dei riconoscimenti conferiti a Franco Fontana diventa planetaria: San Paolo del Brasile, Montreal, Chicago (1976), New Orleans, New York, Tel Aviv, Toronto, Melburne, San Francisco, Los Angeles, Seattle, Pechino, Qatar, Mosca e Tokio, in circa dieci anni di instancabile pellegrinaggio di azione, pubblicazione, esposizione, formazione: un riconoscimento globale.
Dal periodo seguente il 1988 non ha senso citare l’innumerevole quantità di illustri tappe che il giro del mondo di Franco Fontana ha toccato. Vale la pena invece citare l’intensa attività di pubblicazione: dal primo portfolio personale del 1964 con il testo di Piero Racanicchi sulla rivista italiana Popular Photography, al libro “Modena: una città” (1970), “Terra da leggere” (1973), “Bologna, il volto della città (1975), “Laggiù gli uomini” del 1976 con i testi di Enzo Biagi, “Presenze veneziane” con i testi di Achille Bonito Oliva e Angelo Swarz, (1979).
Ma a partire dal 1980 diventa altrettanto imbarazzante elencare l’innumerevole serie di pubblicazioni, articoli su riviste, portfolio, partecipazioni a libri e volumi con altri autori. Mi piace quindi passare a citare un’altra categoria del ricchissimo lavoro di Franco Fontana, la direzione dei workshop di fotografia e dei fotofestival, attività di insegnamento e di contatto diretto con il suo metodo-processo che dal 1978, ad Arles, al 2001, proprio al Politecnico di Torino, fino ad oggi, pratica con frequenza e successo da quasi trent’anni.
Vale altrettanto per la fotografia ed i servizi realizzati per l’industria, narrando le merci, ambientandole e facendole vivere, in cataloghi, agende, calendari, esposizioni e show room, in tutto il mondo. Dal famoso lavoro per la fabbrica di apparecchi illuminanti Artemide (1972), per la Canon, per la Qatar Petroleum Corporation, Ferrari Auto, Kodak Italia, Wolkswagen, Ferrovie dello stato, Jonny Walker, Piaggio, Valentino, Il Salone del Mobile di Milano, la Triennale di Milano, Cremonini, Lonati Group, Illy Caffè, Volvo, Snaidero, Lavazza. Sarebbe esaustivo e più facile per me un elenco delle imprese per le quali Franco Fontana non ha ancora lavorato.
Desidero solo far notare che un committente molto particolare e affettivamente importante nel lavoro di Franco Fontana è sempre stato rappresentato dalle città e dai territori che in tantissime lo hanno chiamato a farsi raccontare. Dalla sua Modena fino al Giappone.
Innumerevoli i seminari e convegni nelle università italiane ed internazionali.
Nel 1984 riceve a Modena il premio UNESCO per l’ARTE: il ragno d’oro, nel 1988 il premio FIAF e la nomina a “Maestro della fotografia italiana”, nel 1989 il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il premio città di Venezia nel 1993, e negli anni successivi oltre 50 riconoscimenti internazionali. Siamo felici che d’ora in poi in quest’elenco possa comparire questo riconoscimento del politecnico di Torino.
15 anni fa aveva partecipato a oltre 400 collettive personali, pubblicato più di 40 libri, e le sue opere erano già collezionate in più di 50 musei in tutto il mondo. Dopo quell’anno abbiamo perso il conto.
Paesaggi, paesaggi urbani, solitudine, polaroid-transfer collage, presenza-assenza, gente, piscina, nudo, sorpresi nella luce americana, paesaggi immaginari, sono alcune delle categorie del suo lavoro.
Hanno scritto del suo lavoro: “Fontana non è un narratore. L’obiettivo di Fontana non cattura le forme del mondo, ma da forma al mondo”, “Fontana sa isolare”, “il suo lavoro risponde a ragioni di ordine magico, quella magia dell’intelletto che prefigura un mondo invece di adagiarsi sulle occasioni retiniche della realtà”, “Fontana attua la – messa in scena del mondo – ”.
Ancora dicono di lui e del suo lavoro: “……i luoghi di Fontana esistono in quanto sono fotografati e non viceversa”, “il suo lavoro è la regola che corregge l’emozione”, “chi sa, fa vedere il mondo che ha dentro di sé”; “Fontana non usa la fotografia come una finestra trasparente sul mondo tridimensionale che appare davanti all’obiettivo, ma come uno schermo piatto su cui proiettare, distillati, gli elementi di quel paesaggio”; Fontana è …“Un umanista che ama perdersi nella metropoli come nei deserti dove comunque rintraccia nelle loro forme, le nostre forme, nella loro storia, la nostra storia”.
“Fontana è certo colui che ha saputo meglio di tutti inventare – il colore fotografico – pur senza trasferirne il segno sul piano dell’ideologia”; “Franco Fontana inventa i colori del mondo: con l’innocenza che hanno solo i bambini e gli artisti”.
“Franco Fontana fa dimenticare che è esistita la fotografia in bianco e nero”. “…è un rabdomante della bellezza”; “ …le sue immagini sono lezioni di lettura”; “Fontana è un uomo di non facile appagamento, alla continua ricerca di cose nuove da dire e di formule altrettanto inedite per farlo”.
Ma mi piace concludere questa carrellata di “sentenze” sull’opera di Franco Fontana con questa frase di John T. Spike: “Per circa quattro decadi Fontana ha scattato foto che rappresentano importanti promemoria del fatto che istante dopo istante, molto delle nostre vite passa senza che si abbia una precisa idea di ciò che stiamo vedendo. Queste immagini, solo apparentemente astratte, sono invece affascinantemente reali, a volte in maniera quasi allarmante”.
Intorno al progetto.
Progettare è un’attività moderna per eccellenza, proprio come la fotografia ed entrambe sembrano oggi azioni spontanee e naturali, che sono sempre esistite.
Entrambe queste azioni hanno cambiato il modo di vedere il mondo e hanno cambiato il mondo.
Progettare, per noi politecnici, significa:
1. osservare una realtà;
2. fare un modello semplificato della realtà;
3. manipolare il modello della realtà;
4. valutare i pro e i contro della manipolazione ipotizzata;
5. trasformare il modello in realtà.
Proviamo ad intrattenerci un po’ in ciascun passo di questa definizione:
1. Nell’osservare la realtà è importante riconoscere i fenomeni della realtà che più la caratterizzano. Per farlo occorre osservare intenzionalmente, non basta guardare. Tutti guardano e solo pochi vedono. Possiamo semplicemente dire che – vede chi sa – . Se guardo un fenomeno di cui non ho informazione, semplicemente non lo vedo o non so riconoscerne la portata e lo trascuro, dunque non lo vedo.
2. Per costruire modelli semplici, credibili e utili della realtà è opportuno conoscere e saper utilizzare molti differenti linguaggi. Più linguaggi si conoscono, e/o più approfonditamente si conoscono, e più efficaci saranno i modelli di realtà sintetizzati. E spesso i linguaggi di rappresentazione non sono altro che processi di sottrazione. Per semplificare una cosa complessa come la realtà bisogna togliere, guai ad aggiungere.
3. La manipolazione dei modelli di realtà è quella che apparentemente corrisponde al momento creativo. In questa fase avviene l’atto performativo della modificazione autoriale. L’autore del progetto si assume l’onere-onore di effettuare una manipolazione del modello di realtà che ha isolato.
Le fasi successive della definizione ci riguardano meno in quest’occasione.
Se proviamo a miscelare e sovrapporre la fotografia con l’agire progettuale, almeno nelle prime tre fasi dell’azione, possiamo fare alcune affermazioni che possono avere una certa rilevanza e interesse.
Nella prima fase si deve osservare in modo – creativo – cioè con l’intenzione di vedere cose che gli altri fanno fatica a vedere.
La realtà esiste nel momento in cui viene fissata dall’osservatore e viene riconosciuta come oggetto dell’osservazione.
Ma se ogni osservazione è intenzionale significa che l’osservatore possiede a priori la porzione di realtà che vede, o ipotizza di vedere, prima di incominciare l’osservazione.
Di sicuro possiamo affermare il contrario: che se l’osservatore non possiede questa conoscenza sulla realtà, la sua osservazione non lo porterà a vedere proprio nulla.
Questa attitudine di vedere fenomeni che non hanno ancora una forma riconosciuta nella realtà si chiama – fantasmagoria – , il progettista vede forme che non esistono ancora e ne rintraccia le materie prime nella realtà che esiste.
Per questo motivo possiamo affermare che un progettista è tanto migliore quanto forte è la sua cultura che genera e rinforza la sua capacità fantasmagorica.
Nella seconda fase si deve – immagazzinare – una porzione di realtà sufficientemente semplice da poter diventare materia di manipolazione e comprensione umana, ma nel contempo sufficientemente articolata da non perdere il realismo.
Infatti l’uomo non essendo Dio non può commensurare la realtà nella sua totale dimensione, ma solo porzioni più o meno ricche di realtà.
In questo è fondamentale la differenza tra complessità e complicazione. Un bravo progettista riesce a fare modelli complessi della realtà riducendo al minimo la complicazione. Ecco perché possiamo dire che questa fase è soprattutto un momento di riduzione, di sottrazione.
Possiamo dunque dire che questa fase deve essere – esperta – nel senso che l’autore deve possedere una capacità tecnica e linguistica ragguardevole; lasciare l’idea di realtà utilizzando meno cose che nella realtà.
In questa fase più è forte la conoscenza tecnica e linguistica e migliore è il progettista.
Nella terza fase esiste il problema dell’oggetto o obiettivo che si intende perseguire. Il progettista o l’autore laico e libero non si da verità indiscutibili, si da o accetta vincoli che hanno a che vedere con la compatibilità della trasformazione che augura rispetto alla sociosfera, alla tecnosfera e alla biosfera.
Per esempio, nella nostra scuola, chiamiamo quest’etica “l’etica del progetto ecocompatibile”, ovvero cerchiamo di produrre “il bello, ben fatto, senza sprechi e destinato ad aumentare il suo valore nel tempo”.
Dunque un progetto che in termini di risorse non può mai essere dissipativo e in termini di significati non può che essere moltiplicativo del senso.
Diciamo che una merce o un prodotto del disegno industriale è notevole quando il suo consumo genera senso e significati nuovi, ovvero quando il consumo non è una azione di riduzione, ma di aumento e a volte addirittura di moltiplicazione delle risorse e delle opportunità sociali, energetiche e culturali.
Noi chiamiamo tutto questo – sapere progettuale di tipo politecnico – e pensiamo che abbia intimamente a che vedere sia con la sostenibilità, che con la qualità del made in Italy. E pensiamo che un progettista politecnica, un designer politecnico, deve sempre tendere a realizzare beni o merci che ambiscono a diventare, presto o tardi, dei beni culturali del futuro.
Studiando il lavoro di Franco Fontana vedo in azione:
- un uomo sensibile e dotato di non comuni doti fantasmagoriche nell’osservare la realtà. Un autore che prima di settare la macchina fotografica e gli obiettivi, setta: cuore e cervello, storia e ragione, cultura e conoscenza, natura e sentimento. Un osservatore che prima della sensibilità dell’obiettivo valuta quali corde del senso toccare.
- un tecnico padrone della tecnologia e di tanti dei possibili linguaggi di astrazione della realtà. Un operatore mai finito tecnicamente, mai sazio di sperimentare, poliedrico cavaliere delle potenzialità tecnologiche, mai affezionato banalmente ad un dispositivo o ad una pratica;
- un autore laico, libero e consapevole del potenziale semiologico del suo prodotto, capace di cogliere con apparente naturalezza l’artificiale, e con eccellentissimi livelli di sofisticatezza la natura. Un operatore eticamente educato, professionalmente umile, energicamente proiettato al fare ed al dimostrare con i fatti tutto il potenziale del fattibile.
Franco Fontana è capace di dimostrare che se qualcosa è rappresentabile significa che è reale, e non che esiste e dunque può essere trasposto nella fotografia solo perché riflette luce nell’obiettivo.
Il suo lavoro sembra contenere una piccola quota parte di sfida all’utopia, perché le fantasmagorie di Fontana usano la fotografia, a cui noi assegniamo valore di ripresa oggettiva, e con questa illusione ci proietta visioni estetiche che esistono solo dal momento in cui lui le fa esistere.
Fontana osserva in modo intenzionale la realtà, vedendo in essa forme e messaggi inediti.
Fontana si applica a porzioni di realtà che sceglie accuratamente per essere sicuro di poterne agguantare il senso, sottraendo tanto senza paura di perdere qualcosa e con la certezza che perfino il modello di realtà è più forte della realtà oggettiva da cui proviene.
Infine Fontana manipola la realtà e lo fa pur dovendo stare nella sfera del visibile, del percepibile.
In questo senso un autore pro-gettante, che getta avanti, capace di portare sé stesso e la propria cultura e sensibilità oltre all’ostacolo tecnologico, interlinguistico, interculturale, e di parte. Un contributo universale e dunque artisticamente rilevantissimo.
Dunque Fontana: osserva la realtà intenzionalmente, costruisce modelli essenziali e rarefatti della realtà osservata e poi li manipola mediante la tecnologia per ottenere il nuovo. E noi designers come lui utilizziamo questo processo che è intimamente parte della cultura del progetto.
Cosa ho imparato da Franco Fontana
Ma l’insegnamento su cui desidero richiamare l’attenzione in questo contesto politecnico è rappresentato dall’eccezionale rapporto che nell’opera di Franco Fontana hanno tre termini che stanno alla base della cultura di progetto contemporaneo: oggettivo, soggettivo, intersoggettivo.
Oggettivo: è il campo nel quale opera Franco Fontana. Egli lavora su un tipo di realtà che appare a tutti indiscutibilmente oggettiva. L’oggettivo c’è sempre, anche quando ne è presente solo l’ombra. L’oggettivo è la materia prima del suo lavoro. E’ strada, piscina, cielo, muro, tombino o palo, automobile o corpo umano di persona.
Soggettivo: è il processo attraverso il quale viene filtrata la realtà oggettiva. Un metodo, una tecnica, una pratica, uno svolgimento predisposto con cura, intenzionalmente e autorialmente forte. Mai neutrale, mai semplice, mai facilmente riproducibile, mai occasionale. Il forte desiderio dell’autore di scegliere con la propria personalità viene a manifestarsi non nel risultato, ma nel metodo di lavoro che non ci è dato di svelare facilmente.
Intersoggettivo: è l’universalità del risultato, l’obiettivo comunicante e intercomunicante che ci permette di osservare le sue opere condividendone tutto. Il risultato del lavoro di Franco Fontana sono immagini che hanno il valore di essere pretesti di relazione. Sono opere di mediazione vestite da immagini. Proprio come gli oggetti che hanno reso grande l’italian design nel mondo: sedie che oltre che per sedersi, valore d’uso marginale, servono nel contemporaneo sistema delle merci per intercomunicare tra soggetti per rappresentare culture millenarie, per condensare e produrre significati nuovi.
Ripeto il percorso: Fontana individua l’oggettivo, elabora in modo soggettivo e produce valore intersoggettivo.
Mi servo di questo comportamento perché troppo spesso il design che insegniamo nei politecnici viene confuso come azione ingegneristica. Il fatto che dobbiamo chiamarlo in termini legali “disegno industriale” non ci aiuta. Il grande pubblico ritiene che spesso che al Politecnico non si possano che progettare beni seri, beni strumentali, attrezzi per il lavoro, silos, macchine per fare cose serie.
Insomma beni che con la sottile aura del “sensibilmente soprasensibile marxiano” non hanno nulla a che fare. Noi politecnici siamo condannati dalla nostra formazione ad essere razionali: nell’oggetto a cui rivolgiamo la nostra attenzione, nel metodo che utilizziamo per operare, nel risultato che otteniamo che spesso viene misurato in modo prestazionalmente numerabile.
Troppo spesso si finisce per confondere con il design le azioni tipiche dell’ingegneria che si chiamano “dimensionamento”, “verifica strutturale”, o ancora “verifica prestazionale”.
E si cerca di rinchiudere l’agire del design dentro al confine di una realtà o di fenomeni che, se non sono modellizzabili matematicamente, significa che non esistono o che non meritano l’interesse politecnico. Dunque si pensa che debba essere oggettivo il campo problematico, oggettivo il metodo di lavoro, oggettivo e misurabile il risultato ottenuto.
A me come studioso del progetto interessano i fenomeni che avvengono laddove l’oggettività materiale dei fenomeni fisici numerabili non arriva. La fotografia è luce (e dunque fisicamente e matematicamente rilevabile come fenomeno finito) e se tentiamo di riprenderla ogni giorno, nello stesso luogo, nella stessa posizione, alla stessa ora, con lo stesso strumento tecnologico fotografico, usato dallo stesso operatore, otteniamo una ripresa ogni volta diversa. Non esiste un giorno nella storia della vita sulla terrà in cui esista la stessa luce.
Parallelamente a me interessa l’omogeneità quasi matematica che Fontana riproduce in intere serie di immagini a volte riprese ad anni di distanza in luoghi diversi, imponendo alla realtà oggettiva, attraverso l’atto tecnico della fotografia, il dogma della “fontanità”.
A me interessano i fenomeni oggettivi e misurabili su cui si agisce con pratiche di manipolazione soggettive, per ottenere beni il cui valore è intersoggettivamente indiscutibile. Questo percorso ritengo sia uno dei confini nei quali la cultura politecnica del design può e deve indagare anche allo scopo di formare progettisti sempre migliori, compito non secondario della nostra università.
Franco Fontana ha frequentemente utilizzato l’oggettività indiscutibile della realtà per realizzare, attraverso processi e metodologie creative ad altissima soggettività, immagini che sono pretesti per creare un significato inedito che ha lo scopo di condensare intersoggettività, relazione, scambio e condivisione di sensi.
Così come opera Franco Fontana penso che ogni grande progettista debba essere in grado di manipolare soggettivamente la realtà oggettiva per produrre risultati intersoggettivamente condivisibili e un grande Politecnico come quello di Torino non solo studia questi fenomeni in modo intensivo, analizzando il metodo dei maestri, ma ritiene che un maestro di questo comportamento debba essere insignito ed onorato dalla nostra comunità scientiifca.
Vi ringrazio tutti quanti per l’attenzione
Torino, 30 giugno 2006
