Ossessione per l’arte nel design
Authors: Flaviano Celaschi
Category: resources
Arredi come alfabeti nella ricerca di Claudio Bitetti
Nel centro vitale del centro storico di Aosta, al centro della Vallè, siamo andati a conoscere gli spazi creativi e professionali dove Claudio Bitetti costruisce con pazienza e maniacale ossessione per l’arte nel design, le sue ultime collezioni, soprattutto arredi ed oggetti per la casa.
Aostano formato al Politecnico di Milano, dieci anni di gavetta tra gallerie, mostre personali, collettive, cataloghi, apparizioni ad eventi e nelle vetrine di Dilmos a Brera, Claudio Bitetti ci mostra con orgoglio la produzione degli ultimi cinque anni.
Un grande lavoro di certosina frammentazione dei volumi consacrato a nuove regole compositive spiazzanti che danno vita a interessanti alfabeti di oggetti. Le ultime collezioni, che insistono sui contenitori e sulla modularità neodivisionista, sembrano disegnate con le regole del lettering come quando si progetta un nuovo font editoriale, nuovi alfabeti digitali fatti di porzioni che diversamente assemblate permettono di scrivere qualsiasi parola, ed esprimere tanti diversi pensieri in molte differenti lingue.
Il portabottiglie di plastica per l’acqua minerale mi torna in mente, e noto che Bitetti continua a perfezionarlo e proporlo in differenti versioni e immaginarlo lunghissimo o addirittura ricomporlo, costruire con esso un diverso e inatteso percorso. Come un taglio dell’invenzione di Fontana, come una crepa nella terra di Burri, come un manichino estraneo per Catellan.
In Bitetti il procedimento di lavoro così come gli strumenti di lavoro, le fasi della creazione, il linguaggio della celebrazione sono quelli dell’arte, ma applicati agli oggetti ed alle merci: le sue merci ossessionate dal doversi muovere tra le funzioni senza sentirsene in particolare nessuna altra propria funzione che lo piazzamento estraniante.
Il designer ci viene incontro nella strada principale di Aosta, una sera di fine inverno, e ci accompagna per la città alla ricerca del design, nel tentativo di scovare segni e presenze design oriented nella capitale delle Alpi occidentali.
In che modo Aosta si misura ed ospita designer e imprese che operano in questo settore?
In nessun modo, lavoro in una città che ignora completamente il design in un territorio dove perfino non esiste un impresa che produca merci, e tanto meno arredi, ispirati da designer o prodotti secondo logiche di design contemporaneo. Vivo qui ed opero creativamente prevalentemente in questa città, ma le relazioni produttive e culturali che mi permettono di lavorare sono altrove, Aosta è quasi un isola di riflessione.
L’anno del design a Torino non ha portato linfa nella Valle D’Aosta?
Veramente non ho grandi rapporti professionali nemmeno con Torino, mi sono formato a Milano ed opero in un mercato, a cavallo tra arte e design, che trova nella realtà lombarda la dimensione di espressione ideale, anche se non l’unica. Ma l’influenza delle relazioni del territorio in cui ti formi è alla fine fortemente caratterizzante. Mi sposto spesso settimanalmente su Milano per lavorare e per partecipare al circuito degli autori e degli eventi legati all’arte ed al design.
Quando ci siamo conosciuti alla fine degli anni ’90 a Milano il tuo lavoro era ancora molto legato ai piccoli oggetti ed ai pezzi unici, nel tuo lavoro contemporaneo hai perfezionato qui filoni o ne hai aperto dei nuovi? Come progetta Bitetti oggi?
Io lavoro da solo, non ho collaboratori fissi, anche se lo studio che uso ad Aosta è coabitato da altri progettisti che operano nel campo della comunicazione e degli eventi. I codici su cui insisto sono quelli dell’arte contemporanea, lo piazzamento, il ribaltamento, la pausa, la sincope, ecc. effettivamente queste ultime collezioni sono come scritte sulla carta da spartito, la carta da musica e i componenti modulari sono trattati come note. Oggi nel mio lavoro c’è una quantità di energie fortemente contaminate dal progetto di comunicazione, così come dedico molto più tempo di prima alla messa in scena dei miei prototipi ed alla loro contestualizzazione. Ad Aosta e dintorni trovo dei buoni aiuti per i prototipi che nel mio modo di lavorare sono importanti per dimensionare e permettermi di studiare la costruzione dell’oggetto passo a passo, ridimensionarlo e verificarlo continuamente. Posso dire di usare una filiera più allungata che in passato, partecipo ad eventi per raccogliere stimoli, studio e sperimento molto, poi c’è la sintesi creativa e contestualmente inizia il problema di come mettere in scena il mio primo risultato, come creare un evento intorno, quali piattaforme di promozione. Insomma utilizzo esattamente i processi di lavoro dell’arte contemporanea, ma il risultato che promuovo è sempre un oggetto di design.
Cosa ti manca, come modificheresti, potendo il tuo modo di lavorare?
Mi piacerebbe avere un curatore, metà agente come gli artisti del palcoscenico e metà gallerista, come i pittori. Una persona capace di curare le relazioni che mi si condensano intorno e che sono il vero valore capace di far entrare i miei prodotti nei circuiti della comunicazione e della moda, laddove il loro valore si moltiplica inevitabilmente in modo irriguardoso rispetto al costo di produzione. Penso che ci vorrebbero tanti di questi “scopritori di talenti”
